|racconto|   |relazione|


GALADRIEL – RATIKON

sabato 09 ottobre ‘10


E così alla fine ci sono andato, certo non come avevo programmato un paio di settimane fa, ma alla fine sono riuscito a posare gli occhi e soprattutto le mani su quella incredibile e compatta muraglia calcarea.

Tutto ha inizio, come al solito, già dal lunedì con le consuete mail dall’oggetto abusato “prossimo week end”. E già a metà settimana l’obiettivo sembra definito: Sasso Cavallo; ma l’imprevisto, sempre in agguato, questa volta si manifesta in una fastidiosa umidità che il venerdì mattina lava le rocce del lecchese. Non ci resta che cambiare i piani e rivolgerci al nord delle alpi che, per una volta, sembra promettere bene. Così la golf ci scarrozza verso il tunnel del San Bernardino mentre una fine pioggerellina bagna il parabrezza: non saremo così sfigati da beccare l’ennesimo sabato di brutto? Oltre il danno, ci sarebbe la beffa del viaggio... E invece al di là della galleria è un tripudio di stelle: non ci resta quindi che schiacciare sull’acceleratore e cercare di anticipare quanto prima il momento di coricarsi sotto questa coperta luccicante. Ma tra la posizione seduta a quella sdraiata, c’è di mezzo una stretta, infida e infinita stradina di montagna seguita da alcuni chilometri di sterrato per poi raggiungere l’alpeggio dove issare la tenda.

La sveglia suona senza insistenza mentre Cece già sbircia fuori dal telo; “abbiamo azzeccato la valle giusta?” “si... ma non ci vogliono 30’ per l’attacco...”. Cazzo! Abbiamo bolettato il punto del bivacco, ma del resto ieri sera non si capiva un’emerita mazza. Beh, non ci resta che riprendere il viaggio lungo la sterrata raggiungendo rapidamente il parcheggio corretto. La parete è la davanti: a sinistra il Civetta e a destra la Marmolada, perchè così ci apparivano dal nostro alpeggio.

Non abbiamo ancora ben definito che via salire ma certamente non possiamo salire su quell’insignificante paracarro mentre quei due bestioni calcarei ci osservano indifferenti; e quindi giochiamo le nostre carte e ci rivolgiamo verso Galadriel, nella speranza di non vederci poi ribattere con la coda tra le gambe. Ma, del resto, basiamo la nostra forza su due basi granitiche: le nostre indubbie capacità di falesisti (e qui andiamo male...) e i 3 cliff!

Inizia Cece che rapidamente e senza difficoltà chiude il primo tiro, poi il sottoscritto non è da meno sul successivo e il risultato, con due belle on-sight, ci galvanizza non poco, anche perché le difficoltà dichiarate sembrano un po’ generose. Al terzo tiro dobbiamo cedere a tirare un rinvio su un delicato passo di equilibrio che ce lo mette in quel posto ad entrambi. Poi è ancora on sigiht personale per altre quattro lunghezze (ebbene si anche sul settimo tiro). Fin qui la scalata non ci ha riservato sgradite sorprese, anche se inizio a risentire soprattutto mentalmente della precarietà della scalata: è sempre richiesta una certa dose di concentrazione su passaggi impegnativi oltre l’ultima protezione. Ma mi sento anche particolarmente in pompa e motivato, forse anche per la lunghissima astinenza da via, così da iniziare con la giusta determinazione l’ottavo tiro. E subito all’inizio sono costretto ad azzerare. Poi inizio il lungo viaggio per placca tecnica verticale: massima concentrazione e niente paura sono gli unici compagni di viaggio. Poi arrivo sotto la prua strapiombante mentre l’ultimo spit sarà a circa 2 metri dai miei piedi: non ho la minima idea di come raggiungere la protezione che sembra quasi sbeffeggiarsi di me poco oltre il massimo punto che riesco a raggiungere alzando la mano. Ho solo una vaga fessurina per le dita e un appoggino, ma la posizione è completamente priva d’equilibrio e quindi non mi resta che ritornare al mio “comodo” appoggio e pensare sul da farsi mentre il vuoto sotto di me inizia a spalancare le sue fameliche fauci. Come spesso in situazioni “critiche” viene fuori una insperata vene ingegneristica: provo a infilare nella fessurina il C3 rosso che riesce ad incastrarsi pur non dando grande fiducia. Ancora una volta, tiro fuori il magico dadino para-culo che infilo poco a destra della prima protezione. Collego il tutto e ottengo un qualcosa di accettabile: delicatamente afferro le protezioni mobili e mi alzo quel tanto da infilare il rinvio nello spit: salvo!

Bene, ora si tratta di superare la prua, ma prima un bel riposino allo spit non me lo leva nessuno e intanto studio la situazione. In realtà la lezione mi risulta un filo indigesta con il risultato che non ci capisco granchè: devo prendere quello, poi quell’altro, ma per i piedi non ho un’emerita cippa. Tento ugualmente e, come previsto, vengo immediatamente rimandato trovandomi costretto a saltare giù verso lo spit. Anche la soluzione staffa non risolve il problema e quindi, al terzo tentativo, tiro fuori il magico cliff. Ma non ho la minima idea di dove piazzarlo e quindi ritorno ad appendermi. L’unica soluzione resta quella di pendolare qualche metro a sinistra, salire dal canale e poi raggiungere la sosta poco sopra. Date le istruzioni a Cece, eseguo la manovra da perfetto caiano e mi ritrovo a lottare con l’alpe (e con i sassi instabili) del canalino. Eroicamente vinco le avversità della parete e raggiungo la benedetta sicurezza della sosta. Ho sfamato il caiano che c’è in me, ma ora è tempo di ricalarsi nei panni dell’arrampicatore sportivo e riprendere la scalata mentre continuo a convincermi della necessità di confrontarmi onestamente con questa roccia unica. Ma a dire il vero, il maggiore sprone per proseguire è proprio il sentimento della cima oramai vicina e la volontà di non ribattere e tornare indietro a poche lunghezze dal termine.

Nei successivi due tiri non mi formalizzo comunque troppo: il passo iniziale del traverso della nona lunghezza è ben presto superato afferrando il rinvio, anche perchè il volo di Cece causa sbriciolamento di una presa un pochino mi ha scosso pur non avendo avuto conseguenze. Sul decimo tiro acchiappo la stringa delle scarpe che permette di superare il difficile tratto iniziale, ma poi torno nuovamente alla libera con i soliti compagni di tutta la salita. E poi finalmente rimane sola la formalità dell’ultima lunghezza oltre la quale raggiungiamo la cima di questo cubico dente della VII Kirchlispitze. Sono felice ma quasi svuotato per l’intensità della scalata, mentre i piedi urlano pietà dopo aver passato 6 ore e mezza ingabbiati nella morsa delle scarpette.

Le doppie scivolano via rapidamente, come il sentiero del ritorno che affrontiamo con temperature estive. Poi la macchina si allontana da questo paradiso lungo la strettissima stradina infilandosi nel purgatorio di un mare di nuvole sopra le quali dormono le pareti dorate del Civetta e della Marmolada.


Cavallo Goloso


Per lasciare un commento, clicca QUI